Sorrento: Una retrocessione con tanti padri

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tuttiper terra_arz_pennaUn delitto perfetto. Il Sorrento consuma così il suo commiato dal professionismo. Una retrocessione che mai come in questo campionato ha tanti padri come la vittoria.
Retrocedere due volte in due anni, commettere gli stessi errori, significa non aver imparato nulla dal conto presentato dal ko di Prato.
E’ un delitto perfetto perché tutti ne escono con l’impegno sul campo, potendo recriminare per i goal mancati, per le espulsioni frettolose e per scuse a gogo.
I dato incontrovertibile resta il 3-0. Una rimonta monca come un campionato giocato sempre in equilibrio precario su un filo sottile. Un filo che divideva la retrocessione dalla salvezza diretta.
I costieri devono solo fermarsi e guardarsi allo specchio. Troppe le volte in cui la caduta è stata pesante, troppe le volte in cui spalle al muro non è mancata la forza della vita.
Si è giocato spesso di fioretto quando serviva la clava, si è stati vanagloriosi quando si doveva ergersi ad umili lavoratori.
Il Sorrento non è retrocesso ieri, ma prima.

Non è bastato un grande Maiorino (foto Penna)

Non è bastato un grande Maiorino (foto Penna)

Quando Maiorino, e Giancarlo Improta hanno riaperto una flebile speranza di clamorosa rimonta, in tanti hanno iniziato a crederci. Hanno creduto che la maledizione degli spareggi potesse per una volta essere benevola.
L’Arzanese è parsa lontana parente dell’avversaria bramosa di gloria dello Ianniello. Troppo sicuri gli uomini di Marra? Forse, ma brutti per 45 minuti.
Al Sorrento è mancato quello che, nell’arco di 3060 minuti non c’è mai stato, la voglia di finire l’avversario.
Dopo aver dato anima e corpo sull’altare della rimonta è mancato il guizzo finale, lo spunto ed il senso di rivalsa completa.
Si è fermato troppo presto l’undici costiero. Avere un uomo in più, e 51 minuti da giocare per entrare nella storia non è servito.
Sulla tavola imbandita del primo tempo si è iniziato a fare confusione, a giocare alla palla lunga per la testa di Innocenti. In pratica si è fatto il gioco di chi doveva difendere.
Troppo bello in 45 minuti, troppo squadra per reggere l’urto del peso specifico della sfida.
Nella testa il carburante era finito all’intervallo. I nervi erano tesi come una corda di violino. Lo sforzo iniziale è stato improvvisamente pagato carissimo. Crampi a iosa e per tutti.
Mentre il tempo scorreva inesorabile, le velleità di bucare ancora Fiory calavano come l’intensità e la precisione delle giocate.
Un delitto perfetto consumato di fronte a pochi intimi. Pochi si, perché il senso di appartenenza, richiamato da Simonelli in conferenza stampa, è solo un lontano ricordo.
Una squadra senza un legame con il territorio, spesso derisa dalle stesse forze commerciali che avrebbero dovuta sostenerla, si è incartata nel momento della necessità, nel momento in cui l’orgoglio personale del calciatore dovrebbe superare il limite fisico e delle difficoltà. Difficoltà che ancora una volta i costieri hanno cercato di svicolare lanciando lungo il pallone della speranza. Quel maledetto pallone che è capitato sui piedi di un innocente Innocenti, tiro centrale, salvataggio di Fiory, prodotto fatto in casa rossonera, che ha condannato la sua vecchia società a rendersi conto che mettere toppe sulle falle non è servito a nulla senza una solida chiglia con cui affrontare i marosi del professionismo negli ultimi due anni.

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