Sorrento – Catanzaro 0-1, “Alea iacta est” ed il baratro è ad un passo

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Doveva essere la gara del riscatto. L’alba di quel trittico finale che, nella mente dei (pochi) che credevano ancora nel miracolo, avrebbe dovuto cominciare a tirare fuori il Sorrento dalle sabbie mobili dell’ultima posizione. La gara col Catanzaro, invece, da potenziale svolta si è trasformata, come troppo spesso accaduto in quest’infausta stagione, nell’ennesima magra figura di un campionato nato male, continuato peggio e destinato a finire in disastro.

L’aritmetica non condanna ancora i rossoneri all’inferno chiamato Seconda Divisione, ma la settima sconfitta nelle dieci gare dell’era Papagni sa tanto di spugna gettata. Le parole spese in settimana da dirigenti e allenatore non hanno trovato nelle gambe e nella testa degli interpreti scesi in campo il giusto riscontro.

Troppo poco mordente, niente occhi spiritati e soprattutto zero cuore. Contro i giallorossi del nuovo tecnico Salvo Fulvio D’Adderio, il Sorrento, almeno mentalmente, non è mai sceso in campo. Chiusa negli spogliatoi insieme agli scarpini di riserva è rimasta anche quella voglia di lottare che una squadra con l’acqua praticamente alla gola dovrebbe naturalmente sfoderare.

Parlare di tecnica e tattica quando in campo manca spirito di sacrificio e abnegazione, resta inutile se non addirittura dannoso. Perché contribuirebbe a gettare discredito su quella maglia e su quei colori che i tifosi, irriducibili, della curva Nord, attraverso uno striscione esposto all’inizio del match, hanno chiesto di non tradire e non continuare a mortificare. Ennesima umiliazione (la diciottesima della stagione) che, però, è puntualmente arrivata, ancora una volta nel finale, stavolta inflitta dal fendente mortifero di Fioretti. Un colpo di spada che ha colpito a morte un combattente già agonizzante in partenza. Incapace di drizzare la schiena con uno scatto d’orgoglio e provare a piazzare l’affondo decisivo invece che subirlo impassibile. Un combattente stanco e confuso, guidato da un allenatore che le idee, poche, è riuscito a trasmettergliele, qualora ci sia riuscito realmente, in una maniera davvero poco chiara.

Più che da un’idea di gioco o da qualche schema offensivo, l’azione del Sorrento è parsa infatti pasticciata fin dai primi minuti. L’ennesimo cambio di modulo ordinato da Papagni non è servito ad altro che a confondere ancora di più le idee ad una squadra che, oltre ad avere testimoniabili limiti tecnici, manca palesemente d’inventiva. Il gioco scolastico che esce, con lentezza inaudita, dai piedi del regista Beati è il meglio che il 3-5-2 dei calabresi potesse mai chiedere per rintanarsi e limitare ogni pericolo. L’incapacità di verticalizzare con precisione e soprattutto la difficoltà nel cambiare gioco del centrocampo rossonero sono visibili ad occhio nudo da tutti. Così come la solita, irritante, prestazione di Corsetti che neanche riportato nella sua posizione naturale di esterno di centrocampo riesce a rendersi utile alla causa. Un po’ come Musetti che, partito col botto nei primi minuti, si è poi sciolto come neve al sole, sbagliando quando servito a dovere o cincischiando troppo in altre occasioni, quasi lo attanagliasse la paura di assolvere in pieno al suo ruolo di attaccante. Paura che sembra rendere impotente sotto porta anche il solito, generosissimo Bernardo, bravo come ampiamente dimostrato a lottare e proteggere palla, ma assolutamente inconcludente nei sedici metri. Resta, così, il solo Tortolano (l’unico movimento di mercato realmente azzeccato dal direttore sportivo Avallone) a caricarsi sulle spalle l’intera squadra, ma il suo predicare nel deserto è da apprezzare, ma non porta frutti perché il calcio è un gioco collettivo e Tortolano, seppur bravo, non ha la stoffa, seppur ci provi, per cambiare da solo la partita.

Finisce così che, batti e ribatti, muro contro muro, le crepe invece che aprirsi nella difesa del Catanzaro si aprono nelle già poche certezze dei rossoneri. Perché, dopo un primo tempo sostanzialmente equilibrato in cui qualche fiammata costiera aveva fatto illudere si potesse sfangarla, la seconda frazione tra scelte scellerate dell’allenatore (l’ingresso di Ciampi come terzino destro per l’infortunato Bonomi, con Salvi, altro fuori ruolo, sulla corsia opposta quando in panchina c’è un mancino naturale come Fusar Bassini oppure la decisione di invertire i due esterni Konan e Tortolano solamente ad un minuto dalla fine dei tempi regolamentari), errori grossolani e soprattutto la fin troppo visibile mancanza di voglia e determinazione di alcuni elementi, già arresisi da tempo, si è rivelata come lo specchio di quest’annata da dimenticare. Dove le scelte in sede di calciomercato estivo ed invernale ed anche la decisione di cambiare trainer in corsa si sono rivelate tutte sbagliate.

Ma il tempo dei se e dei ma, dei “doveva essere” ed “invece è stato” è finito. “Alea iacta est”, nonostante l’aritmetica…

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