Napoli è comunque una favola

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Foto Franco Romano

Si potrebbe dire che Campagnaro non avrebbe dovuto regalare quel calcio d’angolo maledetto, o che Dossena avrebbe dovuto tenere il braccio attaccato al corpo, perché tanto con un uomo sul palo e col portiere piazzato quel colpo di testa, arrivato da un altro calcio d’angolo,non sarebbe finito dentro. Si potrebbe continuare condannando Hamsik per non aver buttato dentro il 4 a 1 all’andata per poi ragionare sull’inesperienza della squadra che concede troppi calci piazzati e traversoni a una compagine che fa della prestanza fisica la propria forza.
Si potrebbe, ma equivarrebbe a chiedere un calcio senza errori, completamente spurio dalla componente umana: impossibile.
Se c’è un modo per trarre sollievo dal leccarsi le ferite post eliminazione è quello di evitare l’autoflagellazione della ricerca di un colpevole: l’arbitro, gli errori, la società, Drogba e le sue manfrine.
Mente fredda e ricordi a quell’urna e alla mano di Lothar Matthaus: una mano che, a detta di tutti, del sottoscritto in primis, condanna gli uomini di Mazzarri a una Champions anonima, che probabilmente li vedrà fuori già dopo le gare d’andata del girone.
Il Napoli, per i valori della carta, non avrebbe dovuto esserci a Londra ieri, non avrebbe dovuto prendere 4 punti al City milionario, o fermare il Bayern in casa, o battere al Madrigal e al San Paolo il Villareal di Rossi e Nilmar, e non avrebbe dovuto nemmeno battere il Chelsea in casa per 3 a 1.
No, non sarebbe dovuta essere questa la prima Champions dopo 21 anni (ma allora era Coppa dei Campioni, roba completamente diversa) del Napoli. Eppure è accaduto.
Guardare al Real Madrid dei triliardi di euro spesi, e scoprire che negli ultimi dodici anni è arrivata solo una volta in semifinale, uscendo con la Juve, non è una consolazione, ma permette di capire tante cose.
E allora nulla di diverso da un grande e caloroso applauso può essere rivolto a Mazzarri e ai suoi uomini, che dopo aver fatto stropicciare gli occhi all’Europa interna hanno avuto la peggio solo di fronte al cinismo e all’esperienza di uomini come Drogba, Terry e Lampard.
In un calcio drogato fino al midollo di vittorie, dove un secondo posto diventa deludente e i “tituli”, anche se valgono quanto le insalatiere, contano più di bel gioco, impegno e spirito di gruppo, la strada più semplice è perdersi nel rimpianto, e soprattutto assimilare la sconfitta e l’eliminazione a un’onta subita, a un’umiliazione.
Tutt’altro, sull’erbetta londinese è finita una favola, senza vittorie e senza eroi, ma con degli uomini, sconfitti solo nel punteggio, che hanno avuto la forza di scriverla e di restare a testa alta fino all’ultimo e, soprattutto, oltre. Grazie ragazzi.

Cristiano Vella

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