La strana Italia di Prandelli

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E’ una nazionale strana quella di Prandelli, differente da tutte quelle che gli appassionati sportivi hanno visto fino ad oggi. Il difficile compito di riconquistare i disamorati, dopo gli anni di Donadoni e lo sciagurato mondiale di Lippi è riuscito parzialmente. Il gioco sembra esserci: frizzantino grazie ai centrocampisti “universali” (definizione del mister) e agli attaccanti leggeri e non statici, così come non manca una delle principali caratteristiche azzurre: il cinismo, dimostrato abbondantemente contro l’Ucraina.
Bene anche l’apertura di Prandelli ai “nuovi italiani”: Thiago Motta e Ledesma possono essere importanti valori aggiunti, Amauri forse di meno e in ogni caso, in un paese in cui il 60% dei vivai è formato da figli di immigrati appellarsi alla “purezza della razza” è pura follia.
Dalle luci alle ombre: per la prima volta nella sua storia la nazionale è una squadra operaia, totalmente priva di fuoriclasse se non fosse per Buffon, ben lontano in ogni caso dai livelli di quattro anni fa.
Altro punto interrogativo è la difesa: dopo i fasti dei vari Baresi, Costacurta, Maldini, Cannavaro e Nesta la retroguardia azzurra, formata da Bonucci e Chiellini non è più il nostro principale punto di forza, ma anzi desta più di una preoccupazione, in particolare per il giovane juventino, reduce da un campionato disastroso. Non convince nemmeno Gasteldello come sostituto: ma davvero un Paolo Cannavaro in forma smagliante non può far comodo agli azzurri? Urgono talenti nuovi, sebbene, dopo aver praticamente raggiunto la qualificazione ad Euro 2012, il gruppo è grossomodo delineato.  

Cristiano Vella

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